lunedì 2 settembre 2013

Un anno in viaggio: un primo pensiero

E’ passato un anno da quando siamo partiti da Venezia con il traghetto della Anek Line diretti in Grecia, verso oriente. E in oriente ci siamo arrivati via terra, metro dopo metro, chilometro dopo chilometro, giorno dopo giorno, attraversando terre piene di fascino e mistero, come se nulla fosse cambiato da quel tempo lontano in cui un giovane mercante, tornando dal suo lungo viaggio, raccontò di posti fantastici, quasi surreali.

Nell’era della globalizzazione e di internet sembra che tutto sia noto, che la conoscenza sia a portata di click e che non occorra visitare un paese per conoscerlo. Non è così. Sappiamo solo quello che ci viene raccontato, quello che viene reinterpretato con occhi occidentali e per gli occhi occidentali. Il mondo è complesso nella sua globalità, semplice nella sua umanità. Viaggiare via terra diventa così un viaggio di consapevolezza.

Una consapevolezza che deriva da intere giornate passate su dei bus o sulle ruote cigolanti di un treno, piuttosto che su un carro di fortuna trainato da buoi. Oppure dal coraggio di fare l’autostop, finendo nel cassone di un camion con un’intera famiglia sorridente, contenta di averti come ospite.

Si parlano lingue diverse ma le curiosità sono le stesse. Si comunica allora con le mani, oppure con disegni tracciati su di un foglio di carta. Pur esprimendosi ognuno nella propria lingua si conosce molto dell’altro: dove vive, dove lavora, quanti anni ha, quanti figli ha. Incontri gente semplice che vuole portarti nel suo mondo, dirti che è uguale al tuo, che i confini sono solo un’invenzione dei potenti, mentre non esistono per le persone comuni. Ci sono solo tante belle diversità che arricchiscono e non dividono.

Ed è proprio alle frontiere che vedi i comportamenti più strani. C’è quello che ti misura la febbre, quello che ti fa spogliare, quello che ti chiede il nome mentre lo sta leggendo sul tuo passaporto, oppure quello che sparisce e ti lascia ad aspettare delle ore, senza farti capire che non si è dimenticato di te. La paura è sempre la stessa: beccare il funzionario di turno che trova degli errori nel tuo visto facendoti rimanere nella “terra di nessuno”, tra la dogana che ti ha espulso e quella che non vuole farti entrare.

Anche la richiesta del visto richiede pazienza, a cominciare dalle ambasciate dove l’atmosfera è spesso kafkiana: orari mai certi, tempi di risposta lunghissimi e sportelli grandi come la Bocca della Verità: ci metti il passaporto e non sai se lo rivedrai più. Solo quando trovi il tuo visto ben stampato ti senti nuovamente un uomo libero.

Viaggiare via terra richiede anche la consapevolezza del cibo: pranzi dimenticati, oppure a base di pane e banane, colazioni inesistenti e angurie mangiate sui marciapiedi; insetti al posto della carne e mosche come condimento. Nulla è certo quando cammini per il mondo, eppure nulla ti manca.

La cosa più difficile in un viaggio così lungo rimane comunque la partenza. Tutto rema contro. Quando stai per partire le persone non ti aiutano di certo: “Ma vi sembra il momento di partire? Siete troppo magri. Siete troppo grassi. Troppo giovani. Troppo vecchi. Rischiate di perdere il lavoro. E la pensione?” C’è voluto del tempo per liberarsi da questi timori, per capire che la partenza ti arricchisce, ti proietta nella scoperta, ti cambia dentro.   

Anche l’età ha il suo peso in un viaggio. Quando sei giovane e hai visto poco del mondo ogni passo è una scoperta, la sorpresa ha un’unica direzione, quella che dall’esterno arriva all’interno e il tuo andare assume talvolta la forza di un’impresa. Ma a cinquant’anni il rapporto con la novità è diverso, coinvolge tutto il tuo io e ti porta soprattutto a viaggiare dentro. Il mosaico, l’arabesco, la scultura, perdono il loro nome, il significato storico ed entrano in te attraverso una dimensione diversa, come se la tua anima comunicasse con l’arte e tu fossi lì ad ascoltarli.  

Dopo un anno ti senti uguale e ti senti diverso. Ti sei abituato a viaggiare e in qualche modo il viaggio è diventato la tua vita. La “tua casa” pesa solo 15 kg e puoi crearla ovunque: in una camera d’albergo, nello scompartimento di un treno, sul ponte di una nave o sul sedile di una corriera. Spazi che sembrano apparentemente piccoli, ma diventano enormi se pensi che la casa di un viaggiatore è il mondo intero. 

Le nostre guide a Varanasi (India) prima di spedirle in Italia. Si notino le copertine det Tibet e dell'Iran tolte per attraversare alcuni confini con più tranquillità.

7 commenti:

  1. GRAZIE Paola e Ruggero, di tutto!
    Rosanna (Oderzo)

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  2. grazie a te Rosanna, che ci hai seguito...
    a presto
    ruggero e paola

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  3. Ciao Ruggero, ma sei rientrato?

    Spero tutto bene e di vederti presto.

    Come piccolo ricordo del tuo bellissimo blog che ci ha fatto compagnia in questo breve anno, ho colto un tuo suggerimento (non quello sul rischio tumore, meglio rimanere ignoranti!!!) e mi sono fatta spedire da una signora di Vicenza un piccolo astuccio con i ricami delle donne di Palestina, per rendere più bello l’inizio della scuola.

    Saluti
    L.

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    1. Si sono rientrato...almeno fisicamente
      che bello l'acquisto di un astuccio delle donne palestinesi...olte all'aiuto economico alle famiglie palestinesi, sono pure belli..
      ci vediamo presto un abbraccio
      rug e paola

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  4. Cari Ruggero e Paola,
    non vi ho sempre seguito nel viaggio lungo un anno, ma vi ho colto qui e là nel vostro andare.
    mi sento anch'io di ringraziarvi per quello che ci avete regalato della vostra esperienza o della vostra consapevolezza.
    Le riflessioni pubblicate oggi, parlano parole di umanità.
    solo grazie.
    Ornella

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    1. grazie a te ornella che ci hai seguito...la speranza è che ci rimanga qualcosa di veramente umano di tutta questa esperienza e nn venga tutto travolto dal vortice di sempre...
      paola e rug

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  5. ma cosa vi ha spinto ad intraprendere un viaggio così lungo?

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